Social Media Marketing
Chi possiede i tuoi account sui #socialnetwork ?!

Chi possiede i tuoi account sui #socialnetwork ?!

La social media policy del Times of India prevede che i suoi giornalisti cedano l’uso dei propri account Twitter e Facebook. E la richiesta è del tutto valida

Chi possiede i profili di Facebook e Twitter? Facile: chi li registra e li usa. Fino a prova contraria almeno. E la prova contraria si sta proponendo sempre più spesso. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della testata Times of India e del gruppo di giornali collegati che ha chiesto ai giornalisti di consegnare le password dei social network per poterne disporre a proprio piacimento, anche nel momento in cui il rapporto con la pubblicazione dovesse cessare. Bennet, Coleman and Company questo il nome dell’editore, lo ha messo nero su bianco in un contrattopubblicato parzialmente da Quartz – che prevede l’apertura di profili collegati all’azienda in cui far eventualmente convergere anche quelli personali per parlare di attualità e commentare le notizie.

L’editore, come detto, avrà la possibilità di disporre degli account senza chiedere il permesso ai giornalisti coinvolti. Non solo, pretende di essere avvisato dell’eventuale apertura di account personale e scoraggia l’utilizzo dello stesso per condividere notizie e discuterle, attività da compiere quindi con quello aziendale. Una forzatura agli occhi di chiunque, soprattutto se il contesto lavorativo è quello del giornalismo, è abituato a proporsi online sia come professionista sia come utente privato alternando aggiornamenti personali a quelli basati sul proprio lavoro.

I precedenti aiutano a capire il perché di questa scelta. Su tutti quello di Laura Kunssberg, che con l’account @BBCLauraK aveva conquistato un seguito di più di 65mila persone. Una volta lasciata l’emittente britannica, ha cambiato il nome in @ITVLauraK portandosi di fatto dietro i follower ottenuti anche grazie al suo lavoro di voce politica della BBC. Con un tweet Kuenssberg ha poi invitato la microblogosfera in ascolto a seguire la persona che l’avrebbe sostituita.

But follow @BBCNormanSwho’s stepping into my shoes in Westminster – but I hope you keep following me here

— Laura Kuenssberg (@bbclaurak) July 21, 2011

Oggi, tornata a lavorare per la BBC, ha ripreso il suo vecchio account. In questo caso, e ce ne sono altri, tutto si è risolto secondo il buonsenso delle persone coinvolte. A partire dalla BBC, che ha accettato di lasciare andare i 65mila follower della Kunsseberg nonostante l’apertura dell’account con il suo marchio preveda una serie di linee guida, la cosiddetta Social Media Policy, e sottintenda quindi un legame diretto fra azienda e profilo. L’editore indiano, basandosi su questo legame diretto, con i nuovi contratti vuole fare un passo più spostando di fatto la paternità dall’utente che si registra e twitta all’azienda, che ci mette la faccia-logo.

Abbiamo chiesto al notaio Ugo Bechini, fra i massimi esperti di identità digitale del Consiglio Nazionale del Notariato, se dobbiamo aspettarci regole e accordi sempre più stringenti, e pendenti verso chi ci contrattualizza. La risposta, senza mezzi termini, è: “Sì. Come è già pacifico che si debbano avere due indirizzi di posta elettronica, uno personale e uno lavorativo, ci si dovrà abituare a fare lo stesso con i social media: siamo abituati a considerare l’identità come un fatto unitario e univoco legato a nome e cognome, ma non è così. Casi come questi confermano chepuò esistere una segmentazione”. Bechini spiega come l’impresa abbia “il diritto di non vedere il suo marchio utilizzato fuori da contesti in cui non ha il controllo”, quando il dipendente lascia l’azienda quindi. “In assenza di accordi precedenti l’epilogo più corretto in caso di chiusura del rapporto professionale sarebbe la chiusura dell’account”.

Kunsbberg quindi, secondo quanto dice il notaio, sarebbe dovuta ripartire da zero. Se, invece, l’account rimane attivo e nelle mani dell’azienda, come vogliono fare in India, e riassegnato a chi viene assunto successivamente lo storico delle conversazioni può rimanere online: “Per lo stesso principio per cui se uno studio legale ha assistito un cliente con il supporto di un avvocato successivamente trasferitosi altrove ha diritto di continuare a citare la causa nel suo curriculum”, afferma. Il confine si assottiglia nel momento in cui i cinguettii o i post di Facebook contengono anche esternazioni personali. “Ci sono sicuramentearee grigie di cui si devono occupare i giudici”, conferma Bechini.

Di sicuro c’è che siamo solo all’inizio di una situazione destinata a far parlare e a definirsi in modo più specifico, presto o tardi anche in Italia.

Tratto da Wired.it

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