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#Facebook e #Twitter nella ‘spirale del silenzio’

#Facebook e #Twitter nella ‘spirale del silenzio’

Il Datagate, lo sappiamo, ha spaccato gli Stati Uniti in due: approssimando, metà sta con Edward Snowden, e l’altra metà con la National Security Agency. Quale tema migliore per studiare se effettivamente i social media siano un luogo per mettere a confronto e dialogo chi non la pensa al nostro stesso modo oppure se hanno ragione i teorici delle echo chamber, delle stanze in cui rimbombano solamente le voci che confermano quanto crediamo.

Il Pew Research Center ha fornito in passato i dati più affidabili sulle reazioni dell’opinione pubblica a Snowden. E oggi, insieme alla Rutgers University, prova a metterli a frutto pubblicando un ulteriore studio, Social Media and the ‘Spiral of Silence’, che cerca di comprendere se la tendenza pre-internettiana a non esternare in pubblico il proprio punto di vista se non si ritiene sia ampiamente condiviso (la “spirale del silenzio“, appunto) si verifichi anche sulle reti sociali o meno. E proprio per il caso Snowden.

La conclusione, dopo aver interpellato 1.801 statunitensi maggiorenni tra agosto e settembre 2013, è amara: “Nel complesso i risultati mostrano che, per il caso Snowden, i social media non hanno fornito nuovi forum di discussione a coloro i quali sarebbero altrimenti rimasti in silenzio“. Anzi, i partecipanti erano più ben disposti a parlarne di persona (86%) che sui social media (Facebook e Twitter, 42%).

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Non solo. “Chi pensa che amici e follower sui social media siano in disaccordo con la propria opinione“, proseguono gli autori, “ha mostrato minori probabilità di esprimere il proprio parere sul caso Snowden-NSA sia online che in altri contesti – per esempio, ritrovi di amici, vicini e colleghi“.

Che significa? Beh, spiegano gli autori, “che una spirale di silenzio potrebbe tracimare dai contesti online a quelli di persona” – anche se l’immediata precisazione è che “i nostri dati non possono dimostrare questo legame causale in modo definitivo“. Annotato il caveat, restano – appunto – i dati: l’utente-tipo di Facebook vede dimezzata la probabilità di voler discutere del caso Snowden-NSA in un luogo fisico rispetto a un non utente; per Twitter la percentuale scende dello 0,24% rispetto a chi non lo usa.

Un’altra possibile spiegazione è che “l’ampia consapevolezza che gli utenti di social media hanno delle loro reti (sociali, ndr) potrebbe renderli più esitanti nell’esprimersi, dato che sono particolarmente sensibili alle opinioni di chi li circonda“. Ma il punto resta. Altro che il luogo dove le minoranze possono finalmente trovare cittadinanza e modalità espressive: nei fatti, dice lo studio Pew-Rutgers, almeno per il caso Snowden è avvenuto tutto il contrario, riducendo l’espressione del dissenso e anzi aumentando l’autocensura qualora si percepisse un contesto ostile al proprio parere.

Insomma, “i social media non rappresentano una piattaforma di discussione alternativa per chi non vuole parlare del caso Snowden“, e solo lo 0,3% del 14% che non ne vuole parlare con gli altri de visu si dice disposto a farlo sui social media. Una sfida, si legge, all’idea per cui possano rappresentare spazi utili chi coloro i quali si esprimano solamente al riparo dal contatto fisico con il prossimo.

Ma perché tace, chi tace? I ricercatori affermano di non aver indagato i motivi nel dettaglio, ma suggeriscono – sulla base della letteratura e dei dati esistenti – che i punti di vista minoritari vengano auto-soffocati “per timore di deludere i propri amici, infilarli in discussioni sterili, o perderli del tutto“. In altri casi, potrebbe essere la memoria infallibile di Internet a dissuadere dall’esprimersi: per esempio, per timore che alcune opinioni finiscano sotto agli occhi di un datore di lavoro che la pensa diversamente.

Quanto al tracimare del silenzio dall’online all’offline, l’ipotesi è che “gli utenti di social media abbiano testimoniato l’ostracismo, il ridicolo e le forme di bullismo subite da chi esprime opinioni minoritarie“, e che dunque questa consapevolezza abbia “aumentato il rischio percepito di condividere quelle opinioni in altri contesti“.

Comunque sia, il risultato è che chi ritiene di sapere di più, o dichiara di avere una forte opinione sul caso Snowden, parla comunque, mentre per tutti gli altri ciò che conta è uniformarsi a ciò che si crede pensino i propri amici. E del resto, gli interpellati non hanno fatto ricorso a Facebook e Twitter nemmeno per informarsi sulla questione: le percentuali (3% per Twitter, 15% per Facebook) impallidiscono di fronte a quelle ottenute dalla televisione e dalla radio (58%), da amici e familiari (31%) e perfino da altre fonti su Internet che non siano social media (34%).

Attenzione a generalizzare i risultati, dicono gli stessi ricercatori. Ma il sospetto, concludono, è che il fenomeno si replichi per altre tematiche politiche e di attualità. Meglio prestarci attenzione.

Tratto da Wired

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